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Georgia, la rosa mai sbocciata La Giorgia fa ora parte del blocco occidentale ma la vera democrazia, quella cioè che nasce e si sviluppa in un fermento popolare per tutelare gli interessi della collettività ed un reale benessere generalizzato, è comunque lontana.
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Nel 2003, in Georgia, decine di migliaia di persone scendevano in piazza con bandiere e striscioni e rovesciavano il governo di Shevardnadze, “uomo forte” filo russo (amico di Gorbachov), che deteneva il potere praticamente dallo scioglimento dell’Unione Sovietica. Con l’accusa di aver truccato le elezioni, e facendo leva sull’insoddisfazione della popolazione, un gruppo di “ragazzi coraggiosi” spuntati da chissà dove dava voce ai desideri di libertà di una popolazione oppressa. Forti della simpatia suscitata nel mondo libero, forti del supporto della comunità internazionale, i rivoluzionari non violenti riuscivano a costruire scientificamente una protesta pacifica e determinata occupando per giorni le piazze principali.
Leader della protesta un gruppo di giovani politici ed attivisti educati negli Stati Uniti e completamente votati al credo occidentale. In pochi anni, questi abili cavalli di Troia erano riusciti a creare dal nulla un movimento articolato ed organizzato conquistando l’appoggio della popolazione. Alle loro spalle, nell’ombra e talvolta tragicamente mossi dalle migliori intenzioni, i soldi ed i consigli di decine di fondazioni e organizzazioni non governative finanziate dagli stati occidentali impegnate nella tutela dei diritti umani, nell’apertura dei mercati, in un certo tipo di cooperazione per il presunto sviluppo dei paesi poveri, nella promozione delle libertà di stampa e di espressione (1).
I rivoluzionari non violenti avevano scelto, come il marketing insegna, slogan, merchandising ed un logo (la Rosa). Fondazioni americane avevano tradotto e stampato testi sul rovesciamento non violento che si rifacevano a Gandhi, al Maggio francese, ai diritti umani, che loro avevano distribuito ed adottato. Altri avevano stampato con entusiasmo giornali ed avevano organizzato seminari di educazioni alla democrazia. Molti altri avevano preparato il terreno denunciando al mondo stagnazione economica, corruzione, scarsa democraticità, violazioni dei diritti fondamentali. Altri avevano accolto i ragazzi nei loro uffici di Washington, avevano promesso aiuti, avevano presentato i ragazzi serbi che avevano scalzato seguendo lo stesso copione Milosevic ed avevano costruito un movimento studentesco, Kmara, che avrebbe reclutato sostenitori tra i giovani. Altri ancora avevano promesso ricchezza, anticipato denaro, sbandierato benessere e prosperità per tutti.
Sarebbe bastato rovesciare il corrotto governo filo russo, introdurre reale democrazia e diritti civili, ed autorizzare l’irruzione del libero mercato e della società dello spettacolo e del consumo occidentale.
Dalla folla trascinata in piazza e ricoperta di speranze e di merchandising, tra ragazze che danzavano e lanciavano fiori colorati ai militari imberbi del regime e gente comune, era emerso Mikhail Saakashvili. Poco più che trentacinquenne, il figlio di una famiglia della vecchia intelligentsia si era specializzato negli Stati Uniti costruendo un’immagine di amico dell’occidente e dei diritti umani. Reclutato a New York, era stato catapultato ai livelli più alti della politica georgiana. Già nel 1997 era stato definito uomo dell’anno da “una giuria di giornalisti e sostenitori dei diritti umani”, e si era trovato nel governo di Shevardnadze. Poco dopo ne era però uscito, denunciando corruzione e fondando la nuova opposizione. Che, grazie ai molti amici, lo avrebbe portato a vincere con percentuale bulgara le elezioni del 2003.
Da quaggiù, quasi tutti avremmo adottato l’etichetta di rivoluzione colorata, rivoluzione delle Rose. E ci saremmo emozionati, pensando a questi ragazzi belli come in un video musicale che si ribellavano, che chiedevano in maniera non violenta libertà, democrazia, benessere, uguaglianza, diritti umani. Avremmo parlato di risveglio, di fermento democratico, quando quello che avevamo di fronte era un movimento eterodiretto, manipolato, il semplice utilizzo di ideali e citazioni svuotate a scopo di propaganda imperiale. Una forma di controllo, di espansione dell’influenza occidentale, semplicemente più subdola ed attuale del vecchio rovesciamento dei regimi, ma ancora più efficace perché capace di raccogliere e orientare tutti i desideri e la forza vitale delle popolazioni, piuttosto che reprimere ed imporre dittatori.
Le conseguenze di questa manovra magistrale di conquista e controllo del potere sono oggi davanti ai nostri occhi, ora che i fumi rivoluzionari e radical chic si sono diradati e la rivoluzione ha perso colore. Ad essere contente non sono le decine di migliaia di persone che scesero in piazza, e che in parte sono tornate per strada in questi giorni accolti dai proiettili di gomma dei soliti militari, stavolta al soldo del nuovo corso filo occidentale, democratico, liberista, sostenitore dei diritti umani, che ha –dichiarando lo stato di emergenza- sospeso ogni garanzia costituzionale.
Ad essere soddisfatti sono i soliti poteri forti, che hanno avuto la loro fetta. I leader della rivoluzione hanno sostituito la vecchia classe dirigente spartendosi il potere e gli introiti della svendita del patrimonio statale, monopolizzando i media privati, riproponendone la corruzione e l’attaccamento al potere. Le forze politiche internazionali che hanno sostenuto la rivoluzione, anche se in maniera principalmente indiretta, hanno guadagnato il controllo di una nazione strategica, quasi sottratta alla Russia, prontamente aggregata (come osservatore) alla NATO tanto da mandare soldati in Iraq, ed in odore di avvicinamento all’Unione Europea. E le forze economiche e finanziarie, anch’esse infiltrate in molte ong insospettabili, in cambio di un investimento comunque limitato, hanno avuto un paese da spolpare, con la svendita dell’industria e dell’economia statale ad aziende multinazionali, con l’apertura completa del mercato fino teoricamente ai servizi essenziali, con l’accettazione da parte del governo di forti prestiti da parte della Banca Mondiale: un debito estero che permetterà alla finanza internazionale di controllare, tramite il ricatto, l’agenda economica della nazione negli anni a venire.
La sovranità della Georgia è insomma stata sbriciolata, dallo stesso sistema mafioso internazionale di affari che ha appoggiato ed appoggia dittature e guerre a bassa intensità per garantirsi controllo geopolitico ed un ambiente favorevole agli affari. La Giorgia fa parte del nostro blocco, ma la vera democrazia, quella cioè che nasce e si sviluppa in un fermento popolare per tutelare gli interessi della collettività ed un reale benessere generalizzato, è comunque lontana.
Negli ultimi giorni la gente è scesa in piazza nuovamente, contro la casta che ha spinto al potere solo quattro anni fa, richiamata da un’opposizione variegata che va dai vecchi gruppi di potere alla frazione dei vecchi rivoluzionari filo occidentali estromessi dalla spartizione del bottino o, in forma minoritaria, realmente disgustati dalla deriva autoritaria e corrotta del nuovo corso. L’opposizione, organizzata in un’unica piattaforma, chiede ufficialmente elezioni, minori poteri per il presidente, forme consultive per la ratificazione dei trattati internazionali, occupazione, minore corruzione e una politica estera più bilanciata.
Il governo di Saakashvili, il filo occidentale tutore dei diritti umani accusato di corruzione, di incarcerazioni e tentati omicidi politici, di cattiva gestione economica più attenta ad accontentare i poteri forti piuttosto che a far ricadere il benessere sulla popolazione, ha fatto caricare i manifestanti mandando in ospedale 500 persone ed ha dichiarato lo stato di emergenza sospendendo i diritti di assemblea e di libera espressione.
I vecchi sostenitori, i cultori dei diritti dei popoli, non hanno generalmente parlato della vicenda, e mantengono online i vecchi documenti in cui esaltavano il volto buono di Saakashvili. Qualcuno, come Human Rights Watch, sta continuando a denunciare le violazioni, ma si tratta di una minoranza. Contemporaneamente Freedom House, USAID e altri si limitano alle schede ad aggiornamento periodico che raccontano ancora i miracoli del governo filooccidentale. Il movimento studentesco Kmara è sostanzialmente svaporato, assorbito nei gangli del potere o nelle organizzazioni che l’avevano creato pronto ad esportare nuove rivoluzioni svuotate.
Nessuno o quasi si occupa con genuino entusiasmo del popolo georgiano, gravemente disilluso, che ha ricevuto per l’ennesima volta il messaggio che il potere, da queste parti, è una cosa per pochi, ed è una difesa di interessi particolari anche se si presenta con le migliori promesse.
Unione Europea e Stati Uniti hanno detto di augurarsi che la questione possa essere risolta senza l’uso della forza. Forse Saakashvili sta esagerando, sta facendo troppo rumore. Ma la speranza è quella che tutto passi, che l’accusa di un complotto filo russo regga e la situazione possa tornare normale.
La loro speranza è quella che la macchina da consensi si possa rimettere in moto in vista delle prossime elezioni che il premier, dopo molte titubanze, ha indetto per gennaio. Che quei giovani, riescano nuovamente ad accendere la tristezza della popolazione per farsi rilanciare su quel trono di rappresentanza del mondo degli affari. E se non saranno loro, saranno altri: un’altra banda, fedele agli stessi principi.
L’instaurazione di un regime violento, che sconfigge e perseguita l’opposizione, non è in grado di ottenere l’adesione volontaria delle popolazioni, delle masse private della parola. L’opera di propaganda, di lavaggio del cervello, di controllo dei pensieri attraverso l’irruzione di modelli seduttivi e di istituzioni inattaccabili sotto il piano ideale, è invece così efficace da conquistare il supporto reale della popolazione coinvolgendola, facendola sentire parte di un processo di rinascita reale alla quale, in realtà, non ha partecipato se non in forma sostanzialmente passiva. E’ come se queste persone non avessero mai vissuto, rinchiusi nei loro serragli vetero comunisti, mentre fuori il progresso galoppava, il mondo si riconosceva nella sua evoluzione più naturale e se la spassava. Ora è facile, per l’occidente, conquistare queste genti anima e corpo, in maniera ancora più efficace dei vecchi regimi totalitari.
Questa stessa popolazione sarà posta poi di fronte ad un dibattito politico, a tribune televisive, a comizi. Ma sempre all’interno di confini stabiliti, non dalla legge, ma dai rigidi vincoli dell’unica ideologia rimasta, dalla cultura del “benessere occidentale”, dell’american way of life da raggiungere obbedendo alle istituzioni di credito internazionali (con i quali si creeranno linee di debito da saldare) ed alle agenzie di rating deputate a dare un voto all’operato economico, attraverso i loro parametri, che altro non sono se non espressione del mondo del capitale, e forma di controllo anche politica dell’elite occidentale. Il cui scopo, più che il benessere delle popolazioni, è quello di mantenere una posizione dominante e di ampliare il dominio commerciale sul globo.
I rivoluzionari parlavano di costruire la società civile, di seminare la cultura democratica, di risvegliare il coraggio e la dignità dei cittadini. Ma non si crea una vera cultura democratica, una vera società civile, quando ciò a cui si mira è semplicemente l’esportazione di una ricetta, di una cultura tout court, di un’impalcatura democratica e di un libero mercato all’occidentale nel quale il controllo dell’economia, e quindi del consenso e della politica, sia in mano agli istituti di credito ed alle grosse corporation internazionali.
Quando non si crea un movimento spontaneo di dialogo, di creazione di una prospettiva nuova, di riflessione critica, di reale partecipazione.
Quando l’obiettivo principale è l’esportazioni di quelle mille luci da guardare e desiderare, di quelle musiche e di quei miti del consumo che riescono ad anestetizzare gli uomini ad ogni latitudine, e che li trascinano in quell’occupazione a tempo pieno che è la ricerca di una parodia di felicità che è la felicità ebete di chi rifiuta le domande e le scelte: l’approdo dimenticato di ogni cultura filosofica ragionata.
Non si esporta cultura democratica quando si vende un prodotto già confezionato, completo, non migliorabile, garantito, reso smagliante da una creazione del consenso che sta raggiungendo livelli scientifici. Quando questo prodotto può funzionare addirittura meglio se la democrazia rimane su un piano formale, mentre nel palazzo imperversa la corruzione. Quando si travasa la cultura della creduloneria, quando si concentra nelle mani di pochi amici i mezzi di comunicazione dai quali dispensare disinformazione.
Qualche georgiano ha trovato ancora la forza di scendere in piazza, forse dietro alle promesse di qualche nuova o vecchia elite interessata alla sua fetta di potere. Qualche altro si sarà già rassegnato. Ma la breve ventata di democrazia non c’è comunque mai stata, anche se tra due mesi ci saranno nuove elezioni.
Nuove elezioni, e nuovi proiettili di gomma, che creeranno altre fette di torta, ma di sicuro non disturberanno gli affari.
Andrea Franzoni
(1) Tra gli altri National Endowment for Democracy (NED), Einstein Institute, Freedom House, Open Society (George Soros foundation), USAID, National Democracy Institute (NDI).
L’esercito regolare congolese si prepara all’offensiva militare contro i ribelli tutsi, già sottoposti alla pressione delle milizie hutu, peggiorando la crisi umanitaria e le violazioni dei diritti umani sulla scia di vecchi conflitti economici ed etnici.
La Repubblica Democratica del Congo scivola sempre più nel caos, con un intensificarsi degli scontri tra milizie e governo centrale nel ricco nord est del paese, provincia North Kivu, conteso tra milizie Tutsi (in guerra con gruppi Hutu) ed esercito regolare. La lotta per il potere e per la sopravvivenza tra bande, milizie e porzioni dell’esercito ufficiale, figlia della povertà endemica e dell’incapacità di reinserimento nella società pacifica delle milizie, pare destinata ad intensificarsi peggiorando le condizioni della popolazione. Il rischio, denunciano le agenzie umanitarie, è quello che la crisi umanitaria si diffonda nei paesi vicini, come l’Uganda, la cui frontiera è stata attraversata negli ultimi giorni da un’avanguardia di 13.000 profughi che sono stati accolti in un campo delle Nazioni Unite nei pressi di Kisoro.
Le milizie insorte del generale Nkunda, che detengono il controllo della regione nord orientale proclamandosi come garanti della popolazione di etnia Tutsi, non hanno accettato infatti il disarmo e la discussione dell’integrazione degli effettivi nell’esercito regolare. La popolazione di etnia Tutsi, la cui presenza è consistente proprio nella porzione della RDC (Repubblica Democratica del Congo) più ricca di materie prime preziose, è stata infatti storicamente vittima di raid da parte sia delle milizie hutu, cacciate dal Rwanda e riorganizzatesi nei campi profughi congolesi, oltre che dallo stesso esercito regolare intenzionato dopo l'ammutinamento dell'ex generale Tutsi Nkunda, a riconquistare questa porzione di stato.
Tutte le forze in guerra, esercito regolare compreso, sarebbero colpevoli di gravissime violazioni dei diritti umani, omicidi, stupri, saccheggi, nonché dell’impiego di giovani adolescenti. Amnesty International ha definito recentemente le truppe governative come «agenti di tortura e morte» denunciando il clima di impunità diffusa, e l’isolamento di ampie porzioni della popolazione civile.
Vecchie ruggini. Nkunda, militare formatosi in Rwanda ed ordinato generale nel 2004 nel neonato esercito della Repubblica Democratica del Congo, si è staccato dall’esercito ufficiale insieme a seguaci di etnia tutsi conquistando la città di Bamoko a danno nelle truppe governative.
Il generale Nkunda, sul quale pende tra l’altro un mandato d’arresto internazionale per crimini contro l’umanità dovuto alle violenze consumate nella conquista di Bamoko, si è presentato sempre come garante della popolazione del North Kivu, soprattutto di etnia Tutsi, rigettando ogni legame con il Rwanda e rifiutando il riassorbimento nell'esercito regolare. Dalla sua roccaforte nel Nord Kivu Nkunda ha continuato a combattere con l’esercito nel tentativo di conquistare la capitale della regione Goma, guadagnandosi la posizione di nemico numero uno del governo centrale. Nel frattempo le milizie di Nkunda hanno anche partecipato alla guerriglia con le formazioni Hutu riorganizzatesi nei campi profughi dopo la guerra in Rwanda, a loro volta protagoniste di raid contro le popolazioni inermi nelle “terre di nessuno” ed in rapporti spesso ambigui con il governo di Kampala. Tra queste bande le più pericolose sono oggi l’FDLC (Forces Democratiques pour la Liberation du Congo) ed i “Mai Mai”, estremisti Hutu giudicati responsabili del massacro di 800.000 tutsi durante la guerra in Rwanda nel 1994, anche se la maggioranza degli effettivi sono troppo giovani per aver partecipato, se non per ricordare, gli orrori di una guerra costata 4 milioni di morti.
Il governo centrale, dal canto suo, ha provato a percorrere la strada della diplomazia con le milizie, tentando nel frattempo di riprendere il controllo del territorio militarmente talvolta scontrandosi con entrambe, talvolta lasciando mano libera agli Hutu nelle violenze ai danni del nemico numero uno del momento, cioè la milizia tutsi del generale Nkunda. Dopo il mancato disarmo delle milizie di Nkunda, il presidente del Congo Kabila aveva dato il via libera all’esercito per un’offensiva militare più profonda, intimando nuovamente ai ribelli di deporre le armi entro la fine dell'anno.
Nella regione, a complicare il panorama delle forze in campo, sono dislocati anche 4.000 uomini dell’ONU, con compiti di aiuto logistico all’esercito governativo e di difesa teorica dei civili dalle violenze, in forza della quale avrebbero il diritto di aprire il fuoco.
Mentre le organizzazioni umanitarie denunciano profughi, grossolane violazioni dei diritti umani ed utilizzo di bambini soldato da parte di tutte le parti in causa governo compreso, aumenta perciò il timore di una resa dei conti. Il limite imposto dal governo per il cessate il fuoco e per l’inizio del dialogo con i ribelli, ai quali sarebbe stato proposto il reintegro nelle file dell’esercito ufficiale, è stato infatti rigettato dalle principali milizie. Le truppe ribelli del generale Nkunda, in particolare, hanno riaperto gli scontri ad agosto rompendo un vecchio cessate il fuoco che non aveva portato a nulla, e non paiono intenzionate a desistere.
Una nuova “coalizione dei volenterosi”. Secondo alcune organizzazioni non governative, il governo congolese starebbe utilizzando sempre più spesso le milizie hutu nel tentativo di sconfiggere le truppe del generale Nkunda, che conterebbe su 4.500 effettivi. In realtà il rapporto tra milizie Hutu, anch’esse irregolari, e governo congolese, sono storicamente ambigui: in alcune occasioni il governo si è scontrato con gli eredi delle bande che insanguinarono il Rwanda, altre volte ha beneficiato della loro collaborazione nella guerra ad un comune nemico. La priorità attuale del governo sembrerebbe la conquista delle aree sotto l’influenza di Nkunda e lo scioglimento delle sue milizie, piuttosto della difesa della popolazione civile o l’assistenza agli sfollati, che subirebbe violenze da parte dello stesso esercito regolare.
Nel frattempo il governo di Kabila sta perfezionando un accordo con il Dipartimento di Stato americano per l’addestramento di alcuni reparti dell’esercito congolese. «Non si tratta di nulla di nuovo – ha spiegato Samuel Brock, capo della diplomazia statunitense in Congo- ma questa volta la collaborazione sarà più intensa». Il sostegno militare americano al Congo, infatti, è radicato nel passato, ma mai l’addestramento era stato svolto da veterani ed istruttori americani sul territorio congolese. Timori sono stati espressi dagli attivisti per i diritti umani, che denunciano da tempo l’esercito locale come responsabile delle più sistematiche e violente violazioni dei diritti umani, tra cui il reclutamento di bambini.
Un Darfur silenzioso. Mentre si segnalano scontri con armi pesanti, i primi 13.000 profughi hanno negli scorsi giorni attraversato la frontiera con l’Uganda cercando accoglienza nei campi gestiti dall’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati che già avevano ospitato, negli ultimi due anni, altri 15.000 profughi. Alcune stime parlano però addirittura di centinaia di migliaia di sfollati interni, in una crisi umanitaria, secondo il rappresentante speciale dell'Unione europea per la regione dei Grandi Laghi africani Roeland Van de Geer, «paragonabile a quella nel Darfur».
In questi campi profughi le agenzie di stampa hanno raccolto i racconti dei fuggiaschi, che hanno riferito di una situazione di saccheggi e violenze nella quale gli stessi miliziani Tutsi terrorizzerebbero gli abitanti impedendo la fuga da una regione ricca di risorse naturali, soprattutto minerali preziosi, storicamente contesa tra le potenze regionali.
Andrea Franzoni